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Perchè DamnatioMemoriae

Tra le condanne più ferree dell’antica Roma vi era senza dubbio la damnatio memoriae. Tale pena risolutiva consisteva nella cancellazione, generalmente prescritta dal Senato, di tutte le memorie e i ricordi dei condannati. Ad essa veniva spesso fatta seguire la rescissio actorum, ossia l’eliminazione delle opere compiute in vita, affinché venissero rimarcati il biasimo e la condanna. Cosa rimane oggi di una pratica così contraddittoria quanto definitiva? Niente nell’antica accezione, molto in termini di una nuova, studiata utilità. La mira di molti detentori del potere è agire indisturbati senza che il passato getti ombre minacciose. Si rispolverano i vecchi proclami e si sperimenta una rinata dialettica. Nuove promesse, magari già infrante in passato, suscitano ancora una volta smisurate ovazioni. Perché succede? O meglio, come può qualcuno che ha già intenzionalmente dato prova di inettitudine, o peggio di calcolato interesse, riscuotere nuova approvazione? Che fine ha fatto la memoria storica, persino quella a breve termine? Domanda interessante, se si considera che apparire integerrimi nell’immediato presente è, attualmente, uno dei lasciapassare di maggior validità. Non importa quanto sia stata discutibile la condotta passata, o se l’accertamento giuridico abbia stabilito una responsabilità, quello che interessa davvero è far passare l’idea che rivangare il passato è un atto di estrema indelicatezza. Rovina una bella serata e, nei casi più gravi, persino una promettente carriera.
Perchè rischiare, dunque? Meglio tacere ed annuire. Nella speranza, spesso fondata, che il silenzio diventi la referenza che assicurerà future collaborazioni. Se si hanno “reali” capacità si trarrà, da questa “opportuna” damnatio memoriae, il maggior vantaggio: un aumento, un avanzamento di stato, un’agevolazione fiscale o la direzione di un giornale.
Ma consegnare il passato all’oblio equivale solo a tacere un fatto? O non equivale, forse, ad allestire il campo che sarà di lì a poco scenario di nuove razzie? E’ una domanda che, a quanto pare, pochi si pongono considerando l’attuale assetto dell’informazione italiana. Sempre più spesso, chi ha il compito di informarci  opera vere e proprie forzature linguistiche, piegando la luce dei fatti alla penombra delle opinioni. Con un oscuramento tanto lento quanto inesorabile che allontana definitivamente l’evidenza dalla lente d’ingrandimento, sostituendola con la lunga schiera di intepretazioni.
Perciò è facile leggere cosa pensa il viceministro a proposito del commissariamento dell’ultima grande azienda sull’orlo del baratro, molto più difficile capire realmente in cosa consiste e perchè si arriva ad un commissariamento.
E’ facile leggere cosa pensa un politico su un esponente della malavita, assai arduo trovare un riferimento biografico aggiornato e puntuale di suddetti personaggi. Come si può pensare di cambiare in meglio una situazione quando ci si preoccupa solo di cambiare la sua intepretazione? Come si può evocare la tutela dei cittadini, degli elettori o degli ascoltatori quando si preclude loro l’arma essenziale: la conoscenza?
Probabilmente queste domande hanno diverse interpretazioni tante quante quelle della parola conoscenza. Ed è ancora più probabile che l’oggettività assoluta sia una chimera come lo è l’assoluta verità. Perciò sono legittime tutte le opinioni, nessuno afferma il contrario, ma lo sono solo quando i fatti sono sul tavolo, davanti agli occhi di tutti. Lo sono quando chi ha il compito di informare agisce con la massima imparzialità possibile, senza nessuno schieramento ideologico (o per meglio dire economico). Forse è davvero la rete l’unica sponda in grado di arginare le faziose opinioni di quei “dotti” stipendiati che dividono il possibile in quanti più “possibili sia possibile”. Perchè per donare di nuovo i contorni alle cose, sembra banale, basta tornare ad accendere la luce.

Cominciamo.

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